Estratto libri e recensioni

L'enigma del maniero - Prologo e Capitolo 1

Prologo

La serata era particolarmente calda, l’afa che aveva primeggiato du- rante tutto il giorno non mollava la presa e continuava a renderel’aria infuocata. Il cielo sereno, trafitto di stelle, era rischiarato dallaluna piena, il grande giardino era illuminato quasi a giorno, nono- stante fosse notte inoltrata. L’ambiente era silenzioso e si respiravaun’aria di pace surreale, nessuno avrebbe mai immaginato che fino apoche ore prima lì intorno brulicavano decine di persone, rumoro- se, allegre, spensierate. Sembrava che non ci fosse nessuno adesso, tutti erano saliti nelle loro camere a riposare, in attesa della lezione del giorno dopo. La festa era stata divertente, i bicchieri di vino bevuti a cena avevano fatto il loro gioco, rendendo tutti un po’ più audaci del solito. Era stato un peccato dover andare a letto così pre- sto. Un osservatore attento, però, avrebbe notato che anche in quel momento il giardino non era del tutto vuoto, anche se il silenzio era davvero assoluto. Persino gli animali notturni avevano deciso di starsene zitti, in doveroso rispetto.

Il cadavere galleggiava a faccia in giù nella grande piscina deserta. La luna metteva in risalto la strana forma del corpo, con gambe e braccia aperte, a formare una macabra stella marina umana. La pace sarebbe durata ancora poco. E i programmi del giorno dopo, minu- ziosamente organizzati, sarebbero stati del tutto stravolti.

 

Parte I - venerdì Capitolo 1

«Giulia ti andrebbe di leggere la tua creazione?»

La voce dell’insegnante mi riportò bruscamente alla realtà, provocandomi un forte sussulto che mi fece scivolare giù dalla sedia sulla quale mi stavo dondolando, la matita mi cadde dalle mani rotolando fino ai piedi del docente, che la raccolse con aria piuttosto irritata.

«Hai scritto qualcosa o ti sei dimenticata il motivo per cui ti trovi qui?» mi disse con tono acido, restituendomi la matita. 

Mi ero iscritta a quel corso per aspiranti scrittori più per noia che per effettiva necessità di imparare qualcosa, e ora mi stavo annoiando. Il docente, un anonimo quarantenne stempiato ma con un pizzetto così perfetto da sembrare disegnato, aveva intuito il mio stato d’animo e mi aveva subito preso in antipatia, peraltro decisamente ricambiata. Il suo rimprovero aveva interrotto i miei pensieri incentrati sul giorno prima: l’avventuroso tragitto per arrivare fino al maniero aveva scatenato la mia fantasia ed ero alla ricerca di un possibile spunto per un nuovo racconto. La settimana prima avevo trovato nella cassetta della posta l’invito a partecipare a un corso di scrittura creativa, organizzato da una piccola casa editrice, con la quale avevo collaborato qualche mese prima per la realizzazione di una serata di beneficenza nella mia città. Non avevo bisogno di partecipare a un corso di scrittura, erano già sei anni, da quando cioè avevo lasciato gli studi di medicina, che scrivevo articoli di cronaca nera per un quotidiano locale, era un lavoro che mi piaceva e che mi permetteva di vivere da sola in un monolocale in centro città. Leggendo l’invito, però, mi ero sentita molto attratta dal luogo in cui si sarebbe svolto il corso, un vecchio maniero restaurato su un’isoletta a diversi chilometri dalla terra ferma. Un posto praticamente isolato. Cercai subito ulteriori informazioni on-line e quando lessi che, a causa delle forti correnti marine che circondavano l’isola, la zona restava spesso e volentieri isolata per giorni, anche durante l’estate, decisi immediatamente di partecipare. Risposi all’invito e tornai alla mia routine quotidiana. Vivevo da sola, i rapporti con la mia famiglia erano diventati improvvisamente tesi da quando avevo comunicato la decisione di lasciare gli studi di medicina per dedicarmi alla scrittura, la mia passione di sempre. Mio padre, il dottor Lorenzo Sbrio, desiderava che seguissi le sue orme e, inizialmente, era riuscito a convincermi, ma, dopo due anni di scarsi risultati negli studi, decisi di gettare la spugna e andare avanti per la mia strada. Mia madre avrebbe accettato la mia scelta senza troppi patemi d’animo, ma mio padre non gliel’aveva permesso, e così da quasi sei anni sembravamo degli estranei, ci sentivamo meno di una volta al mese e io tornavo a casa solo in occasione del Natale o qualche altra ricorrenza particolare. Non volevo che finisse così, ma non mi avevano lasciato altra scelta. Mia sorella Federica era quella che soffriva di più per l’intera situazione, eravamo sempre state molto legate, essendo cresciute insieme, e questo improvviso e profondo distacco non riusciva proprio ad accettarlo. 

«Mi scusi professore, ma non ho ancora avuto la giusta ispirazione per portare a termine il compito che ci ha assegnato.» 

Dalla mia voce traspariva un forte sarcasmo, non digerivo il modo arrogante che aveva quell’uomo di tenere il corso, alla fine di ogni argomento assegnava degli assurdi compitini che proprio non mi andavano giù e mi rifiutavo di collaborare. Ciò era fonte di dissapori con l’insegnante, ma anche con il resto dei partecipanti, che a quanto pare erano, invece, entusiasti del suo modo di ‘insegnare’.

«Davvero non capisco cosa sei venuta a fare, se rifiuti in modo sistematico di fare i compiti che vi assegno, potevi restare a casa e risparmiare i soldi che hai speso per partecipare a questo week end.»

«Lei davvero non può capire, ma stia tranquillo, non è colpa sua.»

«Certo che non è colpa mia!»

Il docente si stava alterando per cui pensai bene di alzarmi e lasciare l’aula, tra lo stupore e l’indignazione generale. Ma io sono fatta così, agisco d’impulso, non penso alle conseguenze dei miei gesti, e i dissapori con la mia famiglia erano sempre lì, nella mia mente, a ricordarmi questa mia debolezza. Lasciai la stanza mentre l’insegnante, rosso in viso, stava ancora cercando di parlare con me, per convincermi a tornare a sedere e seguire il resto della lezione. Proseguii la mia camminata svelta e arrivai nella hall dell’albergo. La struttura che ci ospitava era davvero splendida, un maniero restaurato di recente dal nuovo proprietario, un professore universitario appena andato in pensione. 

Il giorno precedente ero arrivata a un orario assurdo, il viaggio si era rivelato una vera via crucis, trovare il mare così agitato in pieno luglio era stata una sfortuna non prevedibile. In condizioni normali, raggiungere l’isola dove sorge il maniero è molto semplice: un vaporetto fa la spola tra il porticciolo dell’isola e la terra ferma. Considerando che il trabiccolo impiega un’ora e mezza a compiere il tragitto, ogni tre ore circa è possibile partire alla volta dell’isoletta. Avevo pianificato tutto con precisione e largo anticipo, come mia consuetudine, non tralasciando nessun dettaglio. Ma non avevo fatto i conti con Madre Natura, per cui, dopo trecento chilometri di autostrada, arrivata in perfetto orario al porto, invece di imbarcarmi per la mia destinazione finale, il mare agitato mi aveva costretto a ben cinque ore di attesa nella minuscola e sudicia saletta del porto. Seduta su una scomodissima sedia, su cui era stato disegnato un fiore appassito, avevo iniziato a guardarmi intorno. La saletta, inizialmente colma di gente che, come me, attendeva la partenza del vaporetto, aveva cominciato via via a svuotarsi. Pensai che chi non avesse urgenza di raggiungere l’isola stava rinunciando a partire, anche perché ogni mezz’ora venivano trasmesse notizie tutt’altro che rassicuranti. Dopo due ore di estenuante attesa restammo solo in cinque nella saletta. Non era molto difficile indovinare che anche gli altri quattro dovessero raggiungere il maniero per il mio stesso motivo, per cui iniziai a osservare i miei compagni di viaggio.

La panca su cui stavo seduta ospitava anche una coppia sulla trentina, entrambi mori, sembravano molto affiatati, lei leggeva un libro di poesie, lui la interrompeva di continuo bisbigliandole qualcosa nell’orecchio e lei rideva di gusto ogni volta. Immaginai che la ragazza fosse la scrittrice che avrebbe partecipato al corso, e il ragazzo il suo accompagnatore. 

«Scusa la mia impertinenza, ma stai andando a quel corso di scrittura?»

Impiegai diversi secondi a capire che la domanda era rivolta a me, anche perché si girò di scatto verso il misterioso interlocutore anche la coppia che stavo osservando.

«Dici a me?» chiesi, voltandomi alla mia sinistra, da dove avevo sentito provenire la voce. Un ragazzo moro dallo sguardo vivace mi puntava addosso i suoi occhi verdi, in attesa della mia risposta. Annuii con il capo.

«Sì, se il mare lo permetterà. Anche tu, suppongo.»

La ragazza con il libro di poesie lo anticipò, tutta eccitata: «Anche noi siamo diretti là, non vedo l’ora di arrivare, sono così emozionata! Peccato questo contrattempo che ci sta ritardando l’arrivo!» 

Il suo fidanzato sembrava abbastanza imbarazzato, ma disse: «Non so nemmeno come mi sono fatto convincere ad accompagnarla, ma ora che sono qui sono curioso anch’io di arrivare a destinazione. A proposito, io sono Mario e lei è la mia ragazza, Francesca. Ovviamente lei è la scrittrice, io sarò l’ospite d’onore!» 

La ragazza lo guardava adorante, non riusciva davvero a nascondere quanto fosse pazza per il suo fidanzato.

«Bene, sono contenta di conoscervi, io sono Giulia, e anch’io sono curiosa di arrivare in questo misterioso maniero che ci ospiterà per il fine settimana.» Guardai interrogativamente il ragazzo che per primo aveva parlato.

«A quanto pare siamo tutti diretti alla medesima destinazione allora. Piacere, il mio nome è Marco.» 

Istintivamente girammo tutti lo sguardo verso la quinta figura presente nella saletta. Un signore anziano, con un sigaro spento in bocca e folti capelli bianchi, continuava a leggere indisturbato un quotidiano locale, sembrava non essersi accorto di noi e della nostra conversazione. Immaginai che volesse essere lasciato in pace, ma Francesca non la pensava allo stesso modo.

«Scusi, e lei?» chiese con voce squillante, troppo alta. Ebbi l’impressione che lo considerasse un po’ sordo. Il signore continuava a ignorarla ma lei non si arrese.

«Chiedo scusa, ma se dovremo passare insieme i prossimi tre giorni credo sia opportuno fare un minimo di presentazioni.» 

Il silenzio dell’anziano iniziava a essere tanto imbarazzante quanto inopportuno.

«Francesca, cosa scrivi? Poesie? Romanzi?»

Cercai di creare un diversivo, la situazione non stava prendendo una bella piega. La ragazza, grata per il mio intervento, rispose allegramente: «Poesie, scrivo poesie, ma non sono ancora riuscita a trovare il coraggio di pubblicare qualcosa.»

«Nemmeno io ho ancora pubblicato libri, però scrivo per vivere, sono una giornalista.» 

E nuovamente girai lo sguardo, con aria interrogativa, verso il ragazzo, Marco, che invece rispose: «E che ci vai a fare a un corso di scrittura, se sei una giornalista?» 

Eh già, era una domanda perlomeno legittima, a cui non mi andava di dare una risposta esauriente. Non avevo voglia, infatti, di raccontare i fatti miei a una persona estranea, per quanto affascinante. E poi la presenza di quell’uomo fantasma aveva contribuito ad aumentare il mio cattivo umore, già molto oltre i limiti a causa del ritardo.

«Qualcosa, o qualcuno, me lo impedisce?» risposi più acidamente di quanto volessi. Nella saletta piombò nuovamente il silenzio. Presi il libro che avevo in borsa e mi immersi nella lettura. 

Trascorsero altre tre ore, ma infine arrivò il tanto agognato momento di salpare. Il mare si era calmato giusto quanto bastava per permettere al vaporetto di compiere il suo tragitto. Salì a bordo anche il signore anziano. ‘Ma che sia veramente sordo?’ pensai, osservandolo accomodarsi nella stretta cabina. Anche il viaggio col vaporetto trascorse in silenzio e quando, finalmente, arrivammo a destinazione, era notte inoltrata. Il Professore ci accolse tutti con cordialità, nonostante la tarda ora ci aveva tenuto in caldo la cena ma nessuno di noi ne approfittò, preferendo recarci nelle nostre stanze.

 Uscii dall’aula e mi recai nella hall.

«Signorina Giulia, non le piace il corso?» 

Il tono gioviale del Professore mi distolse dai miei pensieri. 

«No, al contrario, è molto interessante» mentii spudoratamente, «devo andare in bagno e mi sono presa una piccola pausa. Mi può dire dove si trova quello comune, per non dover salire in camera?»

«Certo, attraversi la sala in cui ha fatto colazione e, in fondo, sulla sinistra, vedrà la porta.»

«La ringrazio. Mi tolga una curiosità, sono tutti presenti gli ospiti che hanno prenotato per il fine settimana?»

«Sì signorina, gli ultimi ospiti sono arrivati tutti con lei stanotte, gli altri erano qui fin dal primo pomeriggio.»

«E siamo ancora tutti qui?»

«Confesso che non riesco a seguirla. Certo che siete qui, dove dovreste essere?» 

Il Professore iniziava a spazientirsi a causa del mio interrogatorio. Decisi di essere più chiara.

«Ieri sera è arrivato col mio stesso vaporetto un ragazzo, che stamattina non ho visto frequentare il corso, per cui adesso mi chiedevo se non fosse già ripartito.» 

Anche se, proprio nell’attimo in cui pronunciai quelle parole, mi resi conto che, in effetti, non avevo visto neanche il misterioso signore anziano, probabilmente sordo. 

«Ah ora capisco! Si riferisce senza dubbio a mio nipote Marco. Èancora qui anche lui, ma non è venuto per seguire il corso. Gli ho chiesto di raggiungermi per darmi una mano con l’albergo, per questo week-end in cui abbiamo numerosi ospiti e il corso da gestire. Ma non l’ho ancora visto in giro, scommetto che sta dormendo!»

Mi sentii stupida.

«La ringrazio. Con permesso, ora raggiungo il bagno.»

Fuggii praticamente via.

Un'estate perfetta - Capitolo 1

Leggi il primo capitolo del libro
 
Fino a poco tempo addietro io e la mia famiglia vivevamo tranquillamente, eravamo una famiglia normalissima. Durante l’estate di tre anni fa si è verificato un episodio che ha totalmente stravolto la nostra vita. Cerchiamo di ritornare alla normalità ma non è per nulla facile dimenticare quanto è successo, anzi ritengo che ciò sia impossibile per motivi che renderò noti più avanti. Ci ho pensato molto prima di scrivere questa storia ma alla fine ho deciso di farlo. Mi presento: mi chiamo Giulia ho diciannove anni (all’epoca dell’episodio ne avevo sedici), studio medicina al college, per cui vivo lontano dai miei genitori, sono al primo anno. Sono alta, bruna, occhi neri, molti mi assicurano che sono bella e ritengo ci sia un fondo di verità: sono molto corteggiata da parecchi ragazzi che, sfortunatamente, non sono il mio tipo. Ho un carattere difficile, amo stare da sola e preferisco una passeggiata con il mio cane alla compagnia delle persone. Ho tre passioni: lo sport, leggere e, soprattutto, scrivere. Mi diletto a scrivere brevi racconti gialli e horror che faccio leggere agli amici; mi piacerebbe molto riuscire a scrivere un libro, finora ho sempre rinunciato per mancanza di ispirazione, ma sento che questa sarà la volta buona. Mio padre si chiama Lorenzo Brisca, è un bell’uomo nonostante i suoi cinquant’anni abbondanti ed il merito è tutto suo, dato che si sente ancora giovane psicologicamente e fa di tutto per rimanerlo anche fisicamente: gioca ogni domenica a tennis con tre suoi colleghi, prima giocava con me ma adesso, poiché perdeva sempre, non vuole più farlo. Già, uno dei difetti di mio padre è la vanità: vuole sempre essere il primo in ogni cosa e fa di tutto per riuscirvi. Ammetto che approvo il suo modo di fare, grazie alla sua testardaggine oggi è il miglior medico della regione. Non credo, però, che fosse il suo sogno diventare medico, non ne sono sicura ma sospetto, e ho buone ragioni per farlo, che sia stato costretto dalla madre, vale a dire da mia nonna. Nonna Giulia (devo a lei il mio nome) all’epoca del racconto aveva settantacinque anni, ma si comportava come se ne avesse quaranta. Odiavo ammetterlo ma la vita della mia famiglia era condotta da lei, nonostante vivesse da sola da quando mio nonno era morto, più di vent’anni fa, nella casa lasciatagli in eredità dal marito. La casa si trovava di fronte alla nostra ed era quindi come se abitassimo insieme. Durante tutta la sua vita, la nonna non aveva fatto altro che comandare, trascorreva le giornate seduta in poltrona e faceva fare tutto ai suoi figli, dei quali aveva stabilito anche il futuro. Come ho già detto, infatti, credo che papà volesse diventare architetto ma la nonna glielo proibì costringendolo a divenire medico, così da avere qualcuno che tenesse sempre sotto controllo la sua salute. La nonna ha, infatti, una gran paura della morte e ogni piccola malattia le sembra gravissima. Papà mi racconta sempre che il loro medico di famiglia era costretto ad andare a visitarla quattro volte la settimana, ma non sempre lo faceva perché era stufo di recarsi da una persona sanissima. Quale soluzione poteva essere migliore che avere un dottore in casa? Mia madre si chiama Laura, è più giovane di papà ma sembra molto più grande. Ha paura di invecchiare e proprio questo timore l’ha indotta a trascurarsi fisicamente, anche se non riesco a capirne il perché, dopotutto avrebbe dovuto ricavarne l’effetto contrario. Non lavora ma si occupa solo della casa, e svolge il suo lavoro alla perfezione: papà spesso è fuori per lavoro ma lei non ci fa mai sentire la sua mancanza, è una madre dolcissima, disponibile ad aiutarci ed è molto più comprensiva di papà. Non sopporta quando la nonna si intromette nella sua vita, soprattutto per quel che riguarda l’educazione dei figli. Posso, infatti, dire di essere stata educata da lei e non da nonna anche se quest’ultima ha provato parecchie volte ad intromettersi tra me e mia madre. Completa la famiglia Federica, la mia sorella minore. Ha sedici anni (all’epoca tredici) ed è diversissima da me al punto da non sembrare sorelle. È alta, bionda e ha gli occhi azzurrissimi, ama stare in compagnia delle amiche con cui trascorre molto tempo, a volte va dormire a casa di qualcuna di queste, cosa che io non ho mai fatto perché ritengo sia un modo stupido di stare insieme, ama la musica, che ascolta quasi tutto il giorno, non legge, non scrive e mi prende in giro per le mie passioni, insomma sembriamo proprio incompatibili. Nonostante ciò andiamo molto d’accordo, ci confidiamo tutto e spesso ci aiutiamo a vicenda.

LE ORIGINI DELLE VITA

Leggi un racconto scritto da Cassandra:

Correva l’anno 2722 e, nonostante fossero passati moltissimi anni dalla fondazione della Terra, gli uomini non erano ancora riusciti a sapere con certezza come si sia formata la vita e perché proprio sulla Terra ma la vita scorreva ugualmente. Un giorno in un osservatorio americano i potentissimi telescopi segnalavano la presenza di un oggetto non identificato che si avvicinava velocemente alla Terra. Furono avvisati i maggiori scienziati di tutto il mondo che in breve tempo avvistarono anch’essi lo strano oggetto. Sette ore dopo l’avvistamento, l’oggetto atterrò sulla Terra, precisamente a sud di Buenos Aires, in Argentina. Immediatamente gli scienziati accorsero sul posto e videro uno strano disco da cui uscirono otto uomini uguali ai terrestri ma molto più bassi. Dopo aver fatto capire che avevano intenzioni pacifiche, uno di quegli otto uomini parlò con le persone presenti in una lingua che, benché vi fossero uomini da tutto il mondo, fu compresa da tutti. Lo strano essere cominciò così il suo discorso: “Cari terrestri, sono Kijwxb, il presidente del mio pianeta, che si trova nel sistema solare accanto al vostro. Sono venuto perché vorrei raccontarvi com’è nato il vostro pianeta e qual è la vostra origine, dato che so che ci tenete molto a saperlo. Non ho intenzione di raccontarvi tutto qui, ma lo farò in mondovisione, in modo che tutti i terrestri sappiano da dove provengano”. Gli otto uomini furono trasportati negli Stati Uniti da dove, qualche giorno dopo, furono pronti a raccontare tutto. Kijwxb iniziò a parlare: ”Il nostro sistema solare e il vostro sono sempre esistiti, solo che il nostro è stato abitato da sempre, mentre il vostro solo miliardi di anni dopo. E’ successo tutto così: un bel giorno di primavera un gruppo di bambini decise di scappare dal pianeta per visitare entrambi i sistemi solare. Quando arrivarono nel vostro visitarono tutti i pianeti e restarono delusi non avendovi trovato traccia di vita. Al loro ritorno cominciarono a pregare i nostri scienziati perché facessero nascere la vita anche nell’altro sistema solare. Gli scienziati all’inizio si opposero, ma di fronte alle insistenze dei bambini cedettero, ma decisero che in solo uno di quei pianeti sarebbe comparsa la vita. Scelsero la Terra poiché non era né troppo lontana né troppo vicina al sole e perché non era né troppo grande né troppo piccola; in poche parole decisero che quello era il pianeta perfetto. Diedero così inizio all’operazione; cominciarono dall’atmosfera, continuarono con la creazione delle acque, poi dei continenti, dei vegetali e degli animali. Tennero sotto osservazione gli animali e si resero conto che vi era bisogno degli uomini e decisero di crearli. Fecero anch’essi a loro somiglianza solo che decisero di farli fisicamente più alti. Non li crearono già colti ma allo stato primitivo e seguirono attentamente tutte le fasi della loro evoluzione e in alcuni casi li aiutarono. Ad esempio la scoperta del fuoco non fu causale come credete voi ma gli scienziati del mio pianeta decisero di farlo conoscere ai vostri avi per avere una vita più umana e per distaccarli dalle bestie. Ma loro vi aiutarono in tante altre occasioni fino a quando, nel 1900, decisero che eravate pronti per vivere senza la nostra protezione, ma a quanto pare si sono sbagliati di grosso, dato che da quando siete solo avete ridotto il vostro pianeta ad una pattumiera gigantesca e avete riempito l’aria di gas velenosi e altre porcherie. Per finire vi do un avvertimento: datevi una calmata o fra pochi secoli saremo costretti a distruggere la Terra e voi con essa. Detto ciò vi saluto e spero che sarete soddisfatti per aver conosciuto le vostre origini. Addio e chissà che un giorno non saremo noi ad aver bisogno di voi”. Dopo questo discorso Kijwxb e i suoi uomini raggiunsero la loro astronave e ripartirono verso il loro pianeta, lasciandosi dietro discussioni e incredulità. Molti uomini, infatti, non credettero alla storia raccontata da Kijwxb ma era la verità e bisognava accettarla.